Il mistero di Atlantide. Intervista di Marella Giovannelli a Sergio Frau. La Gazzetta di Porto Rotondo. Luglio 2005.
Il mistero di Atlantide
Le colonne d’Ercole, associate nell’immaginario collettivo alla rocca di Gibilterra, devono essere spostate fra la Sicilia, Malta, la Libia e la Tunisia. Lì gli antichi Greci avrebbero collocato i confini del loro mondo. E la Sardegna, terra di nuraghi, sommersi sotto cumuli di fango, non sarebbe altro che la mitica Atlantide. Uno tsunami ne avrebbe provocato la scomparsa. Questa, in estrema sintesi, la tesi “rivoluzionaria” sostenuta da Sergio Frau nel suo libro “Le Colonne d’Ercole. Un’inchiesta”. Settecento pagine consacrate da un clamoroso successo editoriale. Per Frau le Colonne d’Ercole erano nel Canale di Sicilia dove Omero colloca tutti i suoi mostri; dove i Greci non osavano; dove tutti i testimoni più antichi parlano di bassi fondali assassini e senza vento; dove l’Etna erutta fuoco e sparge terrore. Slittarono poi a Gibilterra, quelle prime Colonne, alla fine del III secolo a.C. – poco dopo la caduta di Cartagine – per continuare a indicare il limite del mondo conosciuto… Ma quelle sono le Colonne di Eratostene e non d’Ercole. Fu infatti il Gran Bibliotecario di Alessandria – padre della moderna geografia – a farle slittare laggiù per aggiornare al meglio le nuove mappe… Fu così che la Geografia criptò la Storia. E inghiottì la Sardegna”. Abbiamo incontrato Sergio Frau a Olbia dove ha ricevuto il premio “Amistade”. In incontro straordinario visto che le sue tesi hanno suscitato grande interesse, trovando sempre maggior credito negli ambienti specialistici, anche internazionali. “La mia – dice lo scrittore – è la storia di un dubbio, nato il giorno in cui mi sono imbattuto in due cartine geografiche pubblicate nel 1999 dall’Accademico dei Lincei Vittorio Castellani che mostravano com’era il Mediterraneo prima della glaciazione. Allora la Sicilia e la Tunisia erano separate solo da uno stretto. Per me è stato come un flash. Mi sono chiesto chi avesse individuato le Colonne d’Ercole a Gibilterra. Partendo da questo dubbio ho seguito un percorso autonomo. “Ricollocate le Colonne d’ Ercole nel canale di Sicilia, – spiega lo studioso – tutto il puzzle della geografia antica si è ricomposto. Ora mi danno ragione esperti di cartografia, ellenismo e geografia alessandrina”. Rileggendo analiticamente soprattutto i grandi autori greci, Frau ha risolto persino l’enigma di Atlantide, il continente misterioso che non sarebbe altro che la Sardegna, passata attraverso quello che Omero e Platone, poeticamente, chiamavano Schiaffo di Poseidone. Per lo scrittore-giornalista il problema della Sardegna, anzi delle due Sardegne è sotto l’occhio di tutti. Perché vi è una parte dell’isola, preistorica ma intatta, con impianti monumentali del secondo millennio a.C. ancora in piedi, come il Nuraghe Losa o S. Antine e, calando di quota, una terra con giganti abbattuti o intrappolati sotto il fango. “L’esempio più clamoroso – dice Frau – è Barumini. Oggi è ben ripulito ma prima era completamente ricoperto dal fango come racconta il suo scopritore Giovanni Lilliu, oggi novantenne, che, quando era bambino, con i compagni di gioco, si calava, per cacciare le civette, in una specie di buco nella collina, convinto che fosse una grotta”. L’inchiesta di Frau ha preso un altro, importante spunto dall’esistenza di una Sardegna nuragica marinara. “Gli antichi Shardana – dice- erano navigatori abilissimi. Li abbiamo trovati in Egitto ma ci sono segnali nuragici anche a Creta e a Cipro”. Lo studioso ricorda che una cintura di nuraghi blindava l’isola a mare: “Penso che quella Sardegna-Manhattan del II millennio avanti Cristo, con le sue decine di migliaia di torri-grattacielo che facevano fantasticare l’intero Mediterraneo, florida, vivace e popolata, possa averla vinta solo la natura. Piccoli drappelli di Fenici non erano in grado di spaventare a morte i Sardi fino a spingerli tutti in Barbagia”. “Dalle antiche testimonianze – precisa – emerge il ricordo di un’isola fantastica in Occidente, al di là delle Colonne d’Ercole, quindi nell’Oceano di Omero che era il Mediterraneo occidentale, visto che lui non immaginava l’esistenza dell’Atlantico. Numerosi autori raccontano di questa grande isola al tramonto del mondo greco e anatolico, ferita a morte da un cataclisma marino, quello Schiaffo di Poseidone che avrebbe spazzato via tanti nuraghi nel Campidano, provocando il collasso di una civiltà. Quando si esce dal canale di Sicilia, la prima grande isola che trovi è la Sardegna. E Platone racconta che “al di là delle Colonne c’era un’isola straordinaria, sacra ad Atlante, fratello di Prometeo, piena di vita, ricca di metalli, con edifici fantastici, più di ventimila torri, le eterne primavere, acque calde, navigatori esperti e i vecchi più vecchi del mondo. Da quella isola puoi arrivare ad altre isole, il continente che tutto circonda”. E poi pensiamo quanto fosse rischioso per gli Antichi il passaggio nelle Colonne d’Ercole. Di fatto, questo è il tratto più pericoloso del Mediterraneo, una zona “assassina”, il canale di Sicilia dove ancora oggi si muore. Non ha senso pensare a Gibilterra dove, quando ci si arriva, il peggio è ormai passato. La mia ipotesi, suffragata da cinquanta studiosi, tra i più importanti della cultura internazionale, spiega tante cose che sembravano incomprensibili. Proprio nel canale di Sicilia passava il confine tra il mondo greco e quello fenicio punico. Cioè, da Malta in poi, i Greci non sapevano proprio dove andare”. “Insomma – puntualizza Frau- ormai l’onere della prova sul fatto che le Colonne d’Ercole siano state a Gibilterra, tocca agli altri, non a me”. “Inoltre –incalza- alla luce della mia rivisitazione, acquistano un senso compiuto, riconducibile alla Sardegna, anche i racconti di Pindaro, Erodoto, Aristotele, Dicearco, Esiodo, Strabone, Ramses III, Ezechiele, Euripide, Quinto Curzio e Plutarco, oltre ai già citati Omero e Platone. Sono tutti tasselli che erano sempre sembrati strani e che, invece, uscendo dal canale di Sicilia, diventano normali, realistici”. Sollecitata la curiosità, ovvie le domande: Come fa la Sardegna, eccezionale nel secondo millennio, a diventare terra infetta e di conquista nel primo millennio? Ed ancora: Perché il nuraghe diventa un luogo sacro? Secondo Sergio Frau lo Schiaffo di Poseidone, la furia devastatrice del mare, lascia un grande rimpianto per la bella vita di prima. La malaria è uno degli amarissimi frutti di quel cataclisma. “Anche perché, è impensabile che ci sia stato un popolo che costruiva tutti quei nuraghe in una zona così malsana”. A questo proposito cita Massimo Pallottino che nel suo “La Sardegna nuragica” scrive: “L’immagine dei fierissimi e semiselvaggi abitatori di caverne, che i Romani snidavano con i cani feroci, non si può confondere con quella dei ricchi e pacifici edificatori delle tholoi di Isili o di Ballao o dei sapienti artefici dei bronzi di Uta…” Nel suo libro, Sergio Frau ripete più di una volta che “la Sardegna, per i Greci risulta antica. L’Isola è già antica per gli antichi”. Ed è vista prima come un Paradiso e poi un Inferno. Un concetto, quello della doppia visione, espresso anche dall’archeologo Michel Gras quando scrive: “La tradizione classica vuole nella Sardegna una terra inospitale che volta le spalle all’Italia. Questa tradizione ne ha soppiantata un’altra più antica che faceva dell’isola un fertile Eldorado”. Quindi c’è sempre questa doppia marcia della Sardegna. Una terra fertilissima e meravigliosa che poi diventa luogo di malaria. Il terribile cataclisma interruppe la storia dell’Isola; la popolazione si rifugiò in parte nella Barbagia e in parte sulle alture dell’Italia Centrale, dando origine agli Etruschi. “Osservate bene i bronzetti nuragici- fa notare Frau- sono incredibili per il livello di civiltà che fotografano. Nello scudo hanno quattro pugnali, i paramani fino alle prime nocche delle dita e i gambali che proteggono le ginocchia. Sono delle armature che sarebbero tecnologicamente efficaci ed avanzate persino nel Medioevo. E gli stessi bronzetti che in Sardegna si trovano nei luoghi sacri, sono stati rinvenuti nelle tombe etrusche, accanto al morto, come a rappresentare un segnale etnico. Ne sono stati trovati centinaia nella penisola, insieme a vasi di tipo sardo e ad altri reperti marinari. Questo fa pensare che i primi Tirreni, “costruttori di torri” abitassero in Sardegna e, dopo il cataclisma, si siano trasferiti sulle alture a Orte, Orvieto, Arezzo e Perugia, ben lontane dal mare”.
Clicca sul link qui sotto
Il mistero di Atlantide. Intervista a Sergio Frau per La Gazzetta di Porto Rotondo. Luglio 2005
